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Pubblicato il 27/01/2012, 09:18
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Inviato da Antonio Santangelo

rostanForse è un bene che la ricerca promossa dal CIRSIS (Centro Interdipartimentale di Studi e Ricerche sui sistemi di Istruzione Superiore) di Pavia, venga pubblicata in un momento di relativa quiete, lontano dalle polemiche che hanno caratterizzato il dibattito attorno alla riforma Gelmini. Il suo interesse sta nella consultazione diretta degli operatori del settore, e nel tastarne per così dire il polso sulla loro percezione del proprio ruolo.
La ricerca è parte di una più ampia survey internazionale, The Changing Academic Profession, svolta nel 2007-2008, per indagare i mutamenti che a livello globale ha subito la condizione di chi lavora nelle università, sia come ricercatore che come docente. I dati sono perciò precedenti le vicende della gestione del ministro Gelmini, ma sono anche gli unici e più recenti, e i recenti avvenimenti non paiono averne modificato il senso.

Il lavoro dà conto delle percezioni e valutazioni dei diretti interessati, raccolte attraverso 1700 interviste a professori e ricercatori, e i risultati si possono confrontare con quelli dei loro colleghi stranieri. Dalla ricerca emergono perciò problemi comuni e simili, ma anche diversi livelli di soddisfazione e strutturali.

LED Edizioni l'ha pubblicata con il titolo "La professione accademica in Italia", ed è consultabile a questo indirizzo

Come scrive Miche Rostan, direttore del CIRSIS e coordinatore del lavoro, "i risultati gettano un po' di luce sui principali aspetti della professione: formazione di ricercatori e docenti, tipo di lavoro e soddisfazione relativa, attività di docenza e valutazione delle riforme attuate, percezione del futuro della professione, risorse disponibili e attività per la ricerca, produzione scientifica e valutazione della stessa, influenza dei docenti sulla vita organizzativa degli atenei".

Si possono individuare tre momenti topici nell'evoluzione della professione:

- un allargamento degli organici, a seguito dell'aumento della domanda degli anni '60, soprattutto nei ranghi inferiori, e in ugual misura per i professori di ruolo e quelli non di ruolo;

- la creazione di tre posizioni stabili a tempo indeterminato con la riforma del 1980, e una susseguente saturazione dei posti, impedendo un ricambio generazionale regolare; successivamente il numero dei professori cresce più di quello dei ricercatori. 

- nel 1998, il decentramento del reclutamento favorisce più gli avanzamenti di carriera che nuovo reclutamento, così come più spostamenti interni agli atenei, piuttosto che una mobilità territoriale.

Ne deriva che, per circa un trentennio, il sistema rimane abbastanza ingessato e, dalla fine degli anni '80 in poi, subisce successive riforme  (soprattutto sull'autonomia universitaria e riforma dei corsi di studio) che inseriscono modifiche strutturali. Dal 2000 in poi un susseguirsi di provvedimenti ha reso la situazione più vischiosa e "generato un ambiente organizzativo altamente instabile". 

Una delle caratteristiche del sistema italiano è l'affiancamento agli accademici in senso stretto da parte di una pluralità di figure ausiliarie, inquadrate in contratti a tempo determinato o con borse e assegni, con compiti di ricerca e insegnamento, ma senza un profilo e percorsi di crescita precisi.

Impossibile dar conto dei dati in uno spazio ridotto. Vanno invece sottolineate alcune conclusioni dei ricercatori, di due tipi: differenze tra Italia e estero, e differenze tra atenei, discipline, ordinamenti.

Confronto internazionale

E' quasi generalizzata - meno nei Paesi nordici - la percezione di un peggioramento delle condizioni di lavoro nelle università negli ultimi decenni. Le cause sono: la crescita della domanda di istruzione superiore, internazionalizzazione della ricerca scientifica, maggior competizione tra sistemi di istruzione a livello internazionale, maggior enfasi sul contributo della conoscenza allo sviluppo economico dei Paesi, riduzione delle risorse pubbliche per l'università.

Ne discende una richiesta di maggior responsabilizzazione degli accademici, pressione per una maggior managerialità nella gestione degli atenei e nell'acquisizione di fondi per la ricerca, valutazione delle attività accademiche da parte di terzi. Anche le forme di stabilizzazione o di ingresso nella professione hanno subito ritardi o contraccolpi in termini di tempo necessario e forme contrattuali.

In Italia queste trasformazioni hanno trovato risposte meno efficaci e adeguate da parte sia dei docenti che del personale tecnico, a fronte di una carenza di risorse per la formazione rispetto ad altri Paesi.Tali difficoltà valgono anche rispetto al mutamento dell'identità professionale dei docenti, in cui assumono rilievo, oltre al contributo scientifico, anche la capacità di entrare in relazione con i bisogni del territorio e di cooperare all'inserimento dei neolaureati nel tessuto produttivo. Anche in questo, il personale accademico italiano ha mostrato maggiori difficoltà rispetto ai colleghi stranieri. Il risultato di questa situazione è che tre quarti degli accademici italiani vedono più complicato l'inserimento dei giovani nella professione. Nonostante l'atteggiamento critico non vi è una propensione dei docenti a cambiare mestiere e il livello di soddisfazione per il proprio status è alto.

Per quanto riguarda la ricerca scientifica la produttività di quella italiana non è inferiore a quella dei colleghi stranieri, semmai c'è una maggior reticenza a sottoporsi alla valutazione di esterni attraverso il sistema delle peer-review. Lo stesso vale per la partecipazione ai processi di trasferimento tecnologico (brevetti e consulenze), ma il livello di investimento pubblico e privato del Paese è inferiore, a volte nettamente, a quello di latri partner europei e non.

Il livello di internazionalizzazione delle università è basso, ancora pochi sono i corsi in lingua straniera e pochi gli studenti rispetto ad altri Paesi, anche se il fenomeno è in crescita. Pur essendo ben inseriti in network internazionali, i nostri docenti pubblicano meno all'estero o in lingua straniera di altri loro colleghi. Partecipazione alla ricerca e produzione scientifica a livello internazionale variano poi molto a seconda delle discipline.

Infine, il nostro personale accademico ha le stesse caratteristiche di quello di altri settori: un'età relativamente più avanzata, difficoltà per i giovani a entrare nella professione, se non dopo parecchi anni di precariato.

Situazione interna

Vi è una certa uniformità nella professione dovuta all'unicità dello stato giuridico e al centralismo del sistema.

Detto questo, si possono individuare forti differenze tra discipline hard e soft, con divisioni tra discipline giuridiche e umanistiche da un lato e scienze naturali tecnologiche dall'altro, e una posizione eccentrica delle scienze sociali rispetto a queste due. Emerge anche una diversa rilevanza delle discipline professionali, su tutte quella medica. 

Le differenze tra discipline riguardano i percorsi formativi, l'organizzazione del lavoro, le finalità della ricerca. Il ricorso alla validazione di questa da parte di esterni è più forte nelle aree scientifiche, meno in quelle sociali ed economiche, poco gradita nelle discipline umanistiche e giuridiche. Comprensibile, invece, la maggior propensione al trasferimento dei risultati all'esterno per le discipline scientifiche, e la maggior facilità a ricercare fonti di finanziamento esterne.

I piccoli atenei offrono condizioni di lavoro relativamente migliori, e nel Mezzogiorno vi sono condizioni relativamente peggiori rispetto al resto del Paese.

Le donne, come in altri settori, non sono sufficientemente valorizzate: poco presenti negli organismi di potere, sono solo un terzo della popolazione, dedicano più ore alla didattica e maggiormente nei corsi di primo livello.

Infine i ricercatori, sia maschi che femmine, entrano in ruolo tardi dopo un periodo più o meno lungo di apprendistato/precariato. Una volta entrati in ruolo svolgono compiti pressoché analoghi ai docenti, ma non ne condividono né lo status né lo stipendio. Peraltro, già all'epoca della ricerca e prima della riforma ultima, la carenza di fondi non faceva prevedere rapidi avanzamenti di carriera. E' quindi comprensibile il loro maggior pessimismo riguardo al futuro.

Cercando di sintetizzare i risultati, è possibile riassumere schematicamente in questo modo:

- dal punto di vista dei processi generali, l'accademia italiana si è trovata di fronte ai medesimi problemi: allargamento della domanda interna, accentuata competizione internazionale, internazionalizzazione della ricerca, forte richiesta da parte della società per un contributo allo sviluppo da parte dell'università;

- la risposta dell'accademia italiana è stata: soddisfacente dal punto di vista della qualità della ricerca e del suo trasferimento (brevetti), della capacità di fare rete; carente quanto a managerialità, rapporto con il territorio, placement dei laureati. Una certa chiusura si è manifestata, in alcuni ambiti disciplinari, verso una valutazione aperta (peer-review) del proprio lavoro;

- la carenza di risorse economiche destinate all'insegnamento (e ancor più alla ricerca), mantiene il settore in una condizione di instabilità, con percorsi di carriera molto confusi, profili professionali e mansioni non nettamente definiti. Le riforme susseguitesi nel decennio appena concluso non hanno portato a un drastico mutamento della situazione. 

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