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Notizie dal mondo della ricerca e innovazione

Stati generali della ricerca e innovazione

Ieri a Palazzo Lombardia si è tenuta la giornata degli Stati generali, dopo l'incontro del luglio 2013 e l'incontro per le Emerging Industries del novembre scorso. 
Una carrellata molto ampia di protagonisti, suddivisi in tre blocchi: le aziende innovative, le università e i centri di ricerca, le istituzioni.
Difficile fare un resoconto completo, per l'ampiezza dei temi trattati e il numero degli interventi. Rimandiamo agli atti che saranno pubblicati su Open Innovation.
In apertura il presidente Maroni ha rivendicato la primazia della Lombardia nella ricerca, unica regione italiana a effettuare investimenti rispetto al PIL al di sopra della media europea, pur sottolineando che in Europa c'é chi investe di più. La centralità lombarda è testimoniata anche dal fatto che MIlano è la città al mondo che ha più consolati (e la chiosa è "stanno dove c'è il business"). 
Per quanto riguarda specificamente la ricerca, Maroni ha annunciato un investimento di 500 Mni che con gli apporti privati duplicherà a 1 Mdo. Dato che l'assessore Melazzini ha confermato, ricordando che con Innova Lombardia la Regione attiverà partnership con imprese, università e centri di ricerca. Della strategia fanno parte nuovi bandi per le start up (30 Mni), per progetti complessi e grandi imprese (30 Mni) e il finanziamento per aggregazioni tra micro, piccole e medie imprese e centri di ricerca (120 Mni).

Ai partecipanti sono stati consegnati i dati relativi al bando MIUR-Regione del 2011 per la promozione di progetti di ricerca industriale e attività di sviluppo sperimentale. La dotazione era 118 Mni €. Qui i documenti:
- le schede progetto: schede-progetto.pdf
- la presentazione dei risultati: MIUR-Presentazione.pdf

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Innovazione: basta cambiare gli occhiali

Spesso, quando ci confrontiamo con le statistiche internazionali, constatiamo con rammarico (e a volte con soddisfazione) di restare, come Paese, in fondo alla lista. E si solleva il peana, specie sui social media, contro la nostra inadeguatezza, ignavia, lentezza, e via deprecando.
E' perciò meritorio il consiglio che il sole 24ore, attraverso la penna di Paolo Bricco, giornalista e esperto di storia industriale, ci suggerisce sommessamente: cambiare gli occhiali con cui guardiamo il mondo.
Se valutiamo il livello della ricerca e innovazione sulla base degli indici di rapporto con il PIL, è miserrimo il risultato ottenuto: sul 3%, obiettivo di Lisbona prima (mancato) e di Europa 2020 ora siamo a uno scarso 1.35%. Biasimata l'iniziativa pubblica (con l'attenuante della voragine del debito) e vituperata quella privata: le imprese nazionali non fanno il loro dovere, non ricercano, sono troppo sottodimensionate. Non forniscono dati, suggerisce qualcuno.
Bricco segnala alcuni dati:
Manifattura - in Germania i 44% delle imprese ha compiuto negli ultimi due anni innovazione di prodotto, il 31% ha realizzato innovazioni do processo.
In Italia innovazione di prodotto 32%, di processo 35%, in Francia  il 28% per entrambe, in Spagna 14 e 19%. Non male, quindi , secondi dietro l'economia più forte in Europa. 
E ancora, se si allarga lo sguardo da manifattura classica a terziario industriale, e si considerano anche componenti progettuali e ingegneristiche, creatività e marketing i numeri si ripetono: Germania, 36% innovazione di prodotto, 26% di processo, in Italia i numeri sono 29 e 30%, assolutamente in competizione. Più indietro Francia (24% per entrambe), Spagna (rispettivamente 11 e 15%) e UK  (24 e 14%).
I numeri, spiega Bricco, giustificano i risultati dell'export italiano. Dunque, basta cambiare parametri, sostituire gli occhiali, e la realtà risulta diversa. 
per fortuna.

 

Se vuoi, leggi l'articolo qui: Le-ali-del-calabrone---Il-Sole-24-ORE.pdf

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Università: tutto cambi, per restare uguali

Il recente report OCDE sui sistemi educativi, "Education at a glance", boccia il sistema Italia: fermi al secolo scorso, selezioniamo classe dirigente, ma non forniamo risorse al mercato del lavoro. Tanti "masterizzati" e pochi "bachelor", lauree brevi, e in ogni caso un numero di laureati che sta sotto la media europea e lontani dall'obiettivo di Europa 2020: 4 giovani su 10 con a laurea. Oggi solo il 34% dei giovani si laurea, contro il 50% della media OCDE. Quindi una formazione che non aiuta le imprese ed è anche poco attrattiva verso l'estero: 16 mila studenti, circa un terzo rispetto alla Francia e un quarto della Germania.

Nelle 568 pagine del report, la sezione che ci riguarda (ITA_OCSE.pdf) rimanda la fotografia di una riforma, quella Berlinguer (3+2), che non ha ottenuto i risultati sperati, creare cioè percorsi professionalizzanti nel triennio. Gli Istituti tecnici superiori, che in parallelo dovrebbero avere lo stesso scopo, non raggiungono una massa critica (0,2 nel 2013, contro l'11% della media OCDE). Entrambi i percorsi dovrebbero alimentare il nostro sistema produttivo, fornendolo di quadri intermedi. Se questo dato si accoppia alla scarsa attrattività che per anni hanno avuto istituti tecnici e professionali negli anni scorsi (fenomeno che sembra per fortuna modificarsi di recente), si capisce come l'intero sistema formativo sia strabico riguardo al mercato del lavoro. Sul Corriere, Francesco Avvisati, senior analyst OCDE, chiosa "senza nulla togliere ai nostri laureati magistrali, in un momento di stagnazione come questo l'università dovrebbe fare da polmone attivando le competenze ricercate dalle imprese".
In compenso, a fronte dello scarso peso dei laureati, siamo sopra la media europea per master o lauree magistrali (20% contro il 17% dell'OCDE).


La distanza tra formazione superiore e mercato del lavoro ha due conseguenze negative correlate:
- sempre più giovani italiani vanno a studiare all'estero (49.000 nel 2013). Mete preferite Uk, Francia e Austria,
- pochi stranieri vengono a studiare in Italia, 16.000 in maggioranza greci, contro i 46.000 in Francia e i 68.000 in Germania.
Distanza ancora più ampia, se si calcola che noi consideriamo stranieri anche gli immigrati che risiedono permanentemente nel Paese.
La crescente offerta di corsi in inglese è destinata probabilmente a ridurre il divario.

La quota di giovani che non lavora né studia (NEET) tra i 23-34 anni è del 35%,la seconda più alta nell'OCDE; malgrado il fatto che tra il 2010 e il 2014 l'occupazione di questa fascia d'età sia crollata dal 32 al 23%, la quota NEET è rimasta stabile al 41%, segno di una sfiducia nell'istruzione coe leva per trovare lavoro. Alla disoccupazione intellettuale giovanile concorrono molte cause, tra cui gli effetti della crisi e la scarsa propensione delle Pmi ad assumere laureati, ma pesa anche la qualità della formazione.L'Italia, insieme a Spagna e Irlanda, ha i peggiori risultati nella capacità di interpretare e/o riassumere contenuti complessi, o valutare testi controversi.

La spesa per l'istruzione è lo 0,9% del PIL (al netto della riforma attuale) ed è di circa 10.071 $ a studente, circa due terzi della media OCDE. I docenti sono mediamente più anziani (il 51% nella formazione universitaria a più di 50 anni) e sono pagati circa due terzi dei loro colleghi in altre professioni equivalenti (nell'OCDE il valore sale all'80%).

Nel complesso, quindi, l'immagine del report è quella di un sistema in cui le premesse della riforma vanno attuato, piuttosto che cambiate.

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Problemi con Horizon 2020

UWN, University World News, newsletter sul mondo universitario globale, segnala crescenti difficoltà delle università con Horizon 2020. Il tasso di successi delle domande è in netta riduzione e la European University Association  ne attribuisce la responsabilità alle politiche di austerità dei governi.

Dei 73000 progetti presentati nei primi 18 mesi di vita del programma solo il 13% circa è stato finanziato, rispetto al 18,5% del 7° Programma Quadro, e in alcuni programmi derivati il tasso è sceso al 10%. Segno di un peggioramento della qualità della ricerca universitaria? Pare di no. La spiegazione che dà Thomas Estermann, di EUA, la causa sono i numerosi tagli ai finanziamenti pubblici a seguito della crisi; le università si rivolgono perciò con sempre maggior frequenza ai finanziamenti della Commissione, aumentano al competitività. A ciò si aggiunge la riduzione di fondi a disposizione dello stesso Programma, che ha ceduto 2,2 Mdi € al Fondo Europeo di Investimenti strategici.
Robert Jan Smith, della DG Ricerca e Innovazione, ha recentemente ammesso che la dotazione di Horizon 2020, 80 Mdi €, avrebbe dovuto essere di almeno 100 Mdi.


Al 15 settembre sulle 72.919 domande presentate, solo 5.907 hanno ricevuto il finanziamento. Al 15 luglio 2015, il consuntivo dei finanziamenti segnava l'assegnazione di 7,36 Mdi a 7.964 partecipanti. L'85% dei fondi è andato a 7 Paesi: Germania, Uk, Francia, Spagna, Italia, Olanda e Belgio. 
Il 74% dei vincitori ha ricevuto un unico finanziamento, il 12 % ha vinto due progetti, il 7% ne ha visti approvati 3 e un ulteriore 7% ha ricevuto finanziamenti per 5 progetti o più. 
I "best performer" sono il CNR francese con 207 progetti finanziati, il Fraunhofer con 162 e Oxford con 111. Seguono la Commissione per l'Energia Atomica di Parigi con 104, il CNR spagnolo e l'Università di Copenhagen con 94 ciascuno, l'University College e l'Imperial College di Londra con 93 progetti finanziati. 
Tra le 20 università con il maggior numero di progetti finanziati 9 sono inglesi, 3 olandesi, 2 ciascuna in Begio e Danimarca, e 1 per Svezia, Svizzera, Germania e Italia. A proposito del nostro Paese, i risultati complessivi non sono esaltanti.

A margine dei dati, guardando il complesso dei successi che ha interessato prevalentemente i Paesi di più lunga appartenenza all'Unione, vane da pensare che le modalità di partecipazione all'Euro-progettazione sia, malgrado le promesse di semplificazione, ancora molto complessa e ostica. A complicare le cose c'è poi da considerare la relazione che i progetti in Horizon devono necessariamente avere con la Smart Specialization Strategy (S 3) dell'Unione.

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Milano, città della scienza

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A un lungo articolo della newsletter online Scienzainrete va il merito di aver messo in fila tutte le eccellenze scientifiche della Milano della ricerca. Si tratta di un lungo elenco che va dalla biomedicina (con IFOM, IEO, Mario Negri, Besta, Humanitas e poi le università: Bicocca, Bocconi, Cattolica) alla fisica, all'astrofisica, all'ingegneria, alla fotonica.

Insomma, un'offerta in termini di potenzialità della ricerca che qualifica la città come il centro più adatto a ospitare l'iniziativa del governo Human Technopole in Italy.

La decisione del governo di affidare all'Iit di Genova la direzione del polo ha suscitato il risentimento o la sorpresa di molti esponenti del mondo universitario. Da qualcuno la decisione viene presa come una sorta di commissariamento della realtà milanese.

L'autore dell'articolo cita i successi delle istituzioni scientifiche nel 7 Programma Quadro (programmazione 2007-2013) a dimostrazione della capacità scientifica: "Milano ha una capacità di attrazione di progetti e finanziamenti pari a città come Barcellona, e Berlino, ponendosi sesta in Europa dietro solo alle grandi capitali europee". Poi, subito dopo, parlando di trasferimento tecnologico, cita sì l'eccellenza meneghina nella brevettazione (25% di quelli nazionali), ma ammette "non altrettanto brillante la capacità di passare dalla ricerca alle applicazioni e ai brevetti da parte di Milano se la cui confronta con le grandi capitali della ricerca e sviluppo europee, come Monaco, Berlino, Parigi, Londra".

Assume allora un diverso significato l'indicazione governativa. Scrive Massimo Russo su la stampaL’Iit è un soggetto unico nel panorama italiano. Si tratta di una fondazione di diritto privato finanziata dal pubblico. Significa che ha una flessibilità purtroppo del tutto estranea alle università e al Cnr. Il modello si richiama all’istituto tedesco Max Planck, dove non a caso il direttore dell’Iit Roberto Cingolani si è formato, ed è stato messo a punto per competere con i laboratori israeliani o con quelli delle università americane. Per fare assunzioni l’Iit non passa dalla Gazzetta ufficiale né dai concorsi tradizionali: fa un bando internazionale, valutato secondo gli standard della comunità scientifica. È per questo che il 45% dei ricercatori è straniero, e numerosi sono i cervelli italiani di ritorno. Gli scienziati sono autonomi, non hanno un capo a giudicarli, ma vengono esaminati da una commissione esterna formata da 200 esperti di livello mondiale. Il 60% cambia ogni 36 mesi, e ciò consente di avere un’età media di 35 anni, simile a quella del Cern. Solo il 10% dei ricercatori viene stabilizzato, e anche quando ciò accade il contratto non è quello dei professori universitari ma più simile a quello dei dirigenti: significa che sei giudicato sui risultati, e se questi non arrivano vai a casa. Morale: l’impatto della ricerca effettuata all’Iit è più alto della media italiana e se la batte con interlocutori globali come l’istituto israeliano Weizmann o il Georgia Tech, o se preferite non guarda poi così da lontano il Mit di Boston.

 

Forse dalla collaborazione fra eccellenze può nascere qualcosa di parzialmente inedito in Italia: un ecosistema in grado di produrre ricerca e innovazione, in stretto contatto con le imprese, in rete con il mondo, capace di attrarre talenti stranieri e trattenere quelli italiani. Su un tema, quello della qualità della vita. per cui siamo invidiati in tutto il mondo.

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