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Notizie dal mondo della ricerca e innovazione

Premio per l'innovazione in Agrifood

Sulla piattaforma regionale Open Innovation il cluster Alta Tecnologia Agrofood Lombardia - CATAL, lancia un premio per gli associati su progetti innovativi. Di seguito il comunicato. Le proposte vanno inviate da oggi 1 settembre alle 12.00 di venerdì 9 ottobre.

CAT.AL - Premio per l'innovazione nel settore Agrofood

Favorire lo sviluppo e la diffusione dell'innovazione nel settore dell'agrofood – ricerca, produzione e industria – è una delle priorita assolute e ragion d'essere di CAT.AL.
Per questo, il Cluster lancia il Premio per l'innovazione nel settore Agrofood, con specifico bando rivolto ai suoi associati per favorire la diffusione di innovazioni di prodotti, processi e tecnologie per il settore agrofood.

L'iniziativa consiste in un concorso di proposte progettuali già realizzate da parte degli associati al Cluster, con cui si intende premiare e dare adeguato risalto a quei progetti giudicati particolarmente in grado di produrre significativi cambiamenti nei prodotti - servizi offerti, nei processi interni di ricerca, sperimentazione e lavoro, nelle tecnologie di trasformazione o nella ricerca di base, con un elevato impatto sulla performance dei soggetti proponenti.
La partecipazione al bando di concorso è gratuita ed aperta alla partecipazione di tutti gli associati del Cluster CAT.AL, che presentino i requisiti indicati dall'art. 1 del Regolamento Generale, al quale si rinvia. La presentazione delle candidature avviene tramite la compilazione del form che sarà accessibile da questa pagina web.

L'invio delle proposte progettuali potrà iniziare alle ore 9.00 di martedì 1 settembre 2015 e terminerà tassativamente alle ore 12.00 di venerdì 9 ottobre 2015. Prima e dopo questi termini non sarà ammessa la presentazione di alcuna candidatura.
Per ulteriori dettagli si rinvia al bando.

PDF DEL BANDO

PDF DEL REGOLAMENTO 

 

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WizEat: prenota un posto a tavola

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La Share economy sta guadagnando spazio e mette in crisi modelli di business consolidati (si pensi alle contumelie dei tassisti contro Uber o le proteste degli albergatori su Airbnb). Non c'è dubbio però che il paradigma della condivisione, affacciatosi con i blog e sviluppatosi in iniziative che Tapscott ha raggruppato attorno al termine Wikinomics, sia il tratto distintivo dell'economia del nuovo millennio.

Con perfetto tempismo rispetto a Expo 2015 nasce WizEat, iniziativa che consente di prenotare un pranzo ovunque ci sia un presidio. I partecipanti all'ennesimo social network sono buongustai o alimentar-curiosi e cuochi emergenti o navigati. Come in tutti i social la piattaforma, di origine francese par di capire, si fa garante dell'organizzazione delle relazioni e, ancor più importante, della reputazione dei partecipanti, chef e ospiti.

Il fenomeno è da tenere sotto controllo, perché è destinato a cambiare molte esperienze di quotidianità cui siamo abituati, e a costringere le pubbliche amministrazioni a prendere atto delle nuove realtà, adeguando normative che rischiano di risultare ininfluenti quanto dannose. Questa nuova generazione di servizi tende a attaccare nicchie di rendita e posizioni di privilegio, a disintermediare operatori consolidati, talvolta a generare situazioni che garantiscono meno tutele ai clienti.
Ma il dato di fondo è che internet e le comunicazioni stanno disegnando un panorama nuovo, destinato a modificare profondamente i mercati, a stravolgere modelli di business, a sfidare la capacità degli enti di governo di prefigurare scenari e predisporre tutele che evitino il consolidamento di monopoli e garantiscano i diritti degli utenti.
Ciò che è certo è che chi non riesce a misurarsi con questo livello delle sfide, è destinato a perdere posizioni nella competizione internazionale e si condanna alla marginalità.

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A proposito di OGM

A seguito del dibattito comparso sulla stampa nazionale sul tema degli OGM tra la senatrice Elena Cattaneo e il ministro Maurizio Martina, Daniele Colombo presidente dell'ANBI, ci ha girato il testo di una lettera inviata al governo. Ci pare utile pubblicarla come contributo a un dibattito importante per il futuro della ricerca in Italia.

Gentilissimo Sig. Presidente del Consiglio,

On.li Ministri,

On.li Senatori,

 

Sono a scriverVi, in merito al dibattito scaturito mezzo stampa nelle scorse settimane tra l’On.le Ministro Maurizio Martina e la On.le Sen. Prof. Elena Cattaneo sul tema della ricerca pubblica sugli OGM.

 

Mi permetto di appellarmi alla Vostra cortese attenzione perché, come Presidente dell’Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani, una associazione professionale composta da oltre 1500 professionisti nel settore delle biotecnologie, da 15 anni lavoriamo per un dibattito che parta dalla scienza su questo, e su molti altri temi chiave per il Paese quali l’uso delle cellule staminali o il ruolo delle vaccinazioni.

Più di quindicimila persone, a partire dal 1994, hanno intrapreso nel nostro paese una carriera nelle biotecnologie scegliendo di diventare dei professionisti dell’innovazione medico-farmaceutica, agro-alimentare, veterinaria e industriale. Lo hanno fatto seguendo la propria passione per la scienza e la voglia di dare il proprio contributo per rispondere alle sfide che ci attendono.

 

I messaggi lanciati dai diversi Governi e Parlamenti che si sono succeduti in questi anni, quasi sempre senza distinzione di colore o provenienza politica, hanno però sottolineato con chiarezza lo scarso interesse, se non una vera e propria ostilità, verso l’innovazione e verso coloro che si adoperano per promuoverla in campo. Fino a 15 anni fa, i nostri ricercatori potevano lavorare, sperimentare e proporre nuove soluzioni per la nostra agricoltura, e l’Italia aveva saputo raggiungere un'eccellenza riconosciutale globalmente in questo settore. Oggi un buon progetto, nato tra le mura delle nostre Università o dei nostri Centri di Ricerca, sa già, a prescindere, che non potrà mai uscire da un laboratorio se prevede l’uso di OGM, una sigla che ha valore giuridico ma, ricordiamolo, nessun significato scientifico. 

 

Tutte le innovazioni su cui i nostri ricercatori stavano lavorando già 15 anni orsono, e ideate per salvare i nostri prodotti tipici, quelli grazie ai quali il Made in Italy e la tradizione culinaria italiana può davvero essere tale, come il pomodoro San Marzano o il riso Carnaroli, sono state raccontate efficacemente in un volume[1] scritto in quegli anni dal prof. Sala dell’Università di Milano. A poco è servito, se non a consegnarci memoria di questa capacità di innovazione che il nostro Paese aveva e che ha rifiutato, preferendo piuttosto rinunciare ad alcuni di essi, come il San Marzano originale, e per molti altri affidandosi all’agrochimica. Prodotti tipici e innovazione però sia chiaro non sono necessariamente in antitesi. Si è deliberatamente scelto che lo fossero e si è forzato un dibattito.

 

L’ultimo atto di questo rifiuto si è consumato nel 2012 con la distruzione forzata degli ultimi campi sperimentali pubblici italiani. Distrutti senza alcuna ragione tecnica, rischio reale o riflessione sulla loro utilità. Quelle sperimentazioni pubbliche, pagate dai cittadini italiani, potevano aiutarci a capire se ha davvero senso dire no all’uso degli OGM. Ulivi, ciliegi, kiwi, furono distrutti, dopo 14 anni di coesistenza pacifica, per un cavillo. Eppure bastava scrivere su di un foglio due righe per salvarli. Furono a gran voce chieste. Anche da noi. Non ci furono nemmeno rifiutate, adducendo una motivazione. Semplicemente non arrivarono.

 

Questo ci conduce al paradosso di oggi. L’Italia ha deciso, con le proprie politiche dissennate, di mortificare i propri ricercatori e le proprie Università impedendo loro di fare ricerca sugli OGM, ma allo stesso tempo ha deciso di non rinunciare ad usarli. Dice bene la Professoressa Cattaneo quando ricorda che l’Italia importa ed usa tonnellate di OGM (4 milioni solo per la soia) per alimentare gli animali da cui si ricavano i nostri prodotti di punta apprezzati in tutto il mondo. L’uso di OGM dopotutto, come emerge dalle oltre 15.000 pubblicazioni scientifiche sul tema, ma anche dai dati raccolti in oltre 15 anni di utilizzo, non presenta particolari rischi per la salute o per l’ambiente, come già ampiamente sottolineato dalle principali Società Scientifiche italiane attraverso due Consensus Document pubblicati nel 2004 e nel 2006.

 

Il nostro Paese ha però sistematicamente deciso di ignorare su questo tema la scienza, con il solo risultato di precludersi la possibilità di guidare l’innovazione del settore agricolo, finendo per subirla importando a caro prezzo quella prodotta altrove. Non dimentichiamo che abbiamo formato e continuiamo a formare migliaia di giovani in questo settore, per poi negare loro l’esercizio della propria professionalità, invece di chiedergli di metterla a frutto per costruire una via italiana allo sviluppo agricolo da proporre anche al di fuori dei confini nazionali.

 

Siamo d’accordo con l’On.le Ministro Martina quando sottolinea come “la discussione sugli OGM [...] non rappresenta né l’unica né la più rilevante attività nel mondo della ricerca in agricoltura”: a renderla centrale è però il suo impatto sul piano culturale, in quanto emblematico della sensibilità che le nostre Istituzioni hanno verso la ricerca e verso i giovani che in essa credono, che sempre meno riescono a trovare opportunità all’altezza delle loro aspettative. La stessa Carta di Milano, voluta così fortemente proprio dal Suo Governo, Sig. Presidente, impegna le Istituzioni a “aumentare le

risorse destinate alla ricerca, al trasferimento dei suoi esiti, alla formazione e alla comunicazione”. Come Biotecnologi, di questo vorremmo parlare. Non ci appassiona il dibattito pro vs contro, ci interessa lavorare per la competitività del nostro paese valorizzando al meglio le competenze di tanti ricercatori e professionisti che vorrebbero mettersi al servizio del Paese invece di fuggire all’estero.

 

È vero, come dice l’On.le Ministro Martina, che gli OGM non bastano: serve infatti molto di più. Serve soprattutto una politica che sappia mettere al centro delle sue decisioni la scienza e non che la pieghi a posteriori ai suoi desiderata. Solo così si potrà avere un dialogo vero e non ideologico sugli OGM, e sui mille altri temi su cui oggi siamo ancora fermi al palo. Solo così facendo si può costruire un futuro sostenibile che non siano gli altri a dettarci, ma che nasca partendo dal lavoro delle nostre menti migliori.

Con i più distinti e calorosi saluti, e nella speranza di ricevere da

Voi un gradito riscontro,

 

Daniele Colombo

Presidente

Associazione Nazionale Biotecnologi

 

 

 

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Bioeconomia: un affare da 80.000 miliardi (nel 2050)

Sulla rivista Renewable Matter, di Edizioni Ambiente, Mario Bonaccorso di Assobiotec intervista Rafael Cayuela, autore del libro The Future of Chemical Industry by 2050, in cui l'autore valuta la biocenosi affare da 80 trilioni a quella data.
L'autore sostiene che la sostenibilità è una tendenza irreversibile, visto che la quantità di CO2 procapite registrata nel 2010 era si 28.000 grammi, e che nel 2050 dovremo scendere a 4.000, sette volte meno. Questo rappresenterà una formidabile spinta verso l'utilizzo di tecnologie biocompatibili, e il basso prezzo del petrolio attuale (e in prospettiva, con il contributo dell'Iran, stabile) non frenerà questa tendenza. Già oggi, del resto, lo shale gas riduce il costo della CO2 del 30%.
secondo Cayuela la tendenza verso una chimica sostenibile è una tendenza costante e le imprese dovranno sempre più tener conto di questo, innescando processi proattivi.
Lo sviluppo della tecnica e della collaborazione tecnologica saranno il driver di quella che l'autore definisce "terza rivoluzione industriale".
Occorre però reagire nel modo corretto: la scelta ENI di utilizzare olio di palma nella sua raffineria in Sicilia risponde più a un'esigenza di mantenere i livelli occupazionali, che di avviare un processo di riduzione degli inquinanti: importare biomasse dall'estero non è pratica sostenibile.

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Ricerca e ritorno

Su la Stampa di oggi Silvio Garattini, direttore del Mario Negri, interviene a commento della nuova legge che favorisce il ritorno dei ricercatori alleggerendo del 30% le tasse dei professionisti in queste condizioni. Il fatto che ricercatori italiani vadano all'estero è un danno per il Paese che ha investito migliaia di euro per formarli.
L'opinione dello scienziato è che la legge sia insufficiente e sbagliata. Insufficiente, perché il problema per i ricercatori non sono le tasse, ma i finanziamenti per la ricerca, che è la loro motivazione principale.
Sbagliata perché, di nuovo, il fatto che l'Italia sia penalizzata nella classifica europea su questi temi è che per i molti e frequenti tagli agli investimenti, siamo sotto la media europea e lontano dagli obiettivi UE: 3%, con il nostro 1,26% (2012). Non solo se ne vanno i ricercatori italiani, non riusciamo ad attrarre gli stranieri, siamo al 30° posto nella classifica internazionale.

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