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Pubblicato il 11/01/2013, 11:11
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Inviato da Antonio Santangelo

rd usa

 

Innovation Daily ripubblica un'infografica di Technology Review del MIT.
La grafica esplicita gli investimenti in ricerca degli ultimi 60 anni effettuati dal governo federale US, distinguendo la paternità tra Democratici, Repubblicani e decisioni del Congresso e della Casa Bianca.
Gli aspetti più eclatanti sono la riduzione delle spese per le ricerche spaziali, e l'incremento notevolissimo della spesa sanitaria. Tra le altre tre, si può apprezzare un certo incremento della spesa per la difesa, soprattutto dopo il 2001, con Irak e Afghanistan, e spese contenute per la ricerca scientifica (NSF) e l'energia (salita dopo lo stimolo sulle alternative.
NB: Ogni grafico ha il limite superiore fissato a 30 Mdi $ 2012 

 

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Pubblicato il 03/01/2013, 15:19
Etichette: R&D, Usa, investimenti
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Inviato da Antonio Santangelo

spesa in rd

 

La National Science Foundation pubblica un report sui finanziamenti alla ricerca. Nel 2011 il totale ha raggiunto la considerevole cifra di 65 Mdi $ (circa 49,5 Mdi €), con un incremento del 4,3% in termini reali rispetto all'anno prima. Le università censite sono passate da 742 a 912.

La quota pubblica (federale) è stata di 40,8 Mdi $(il 62,6 % del totale), il 10,2% di questa cifra è in capo all'ARRA (American Recoveri Investment Act), stimolo economico varato da Obama nel 2009. Alla cifra totale hanno contribuito istituzioni diverse (fondazioni, ecc.) per 12,4 Mdi $, e associazioni no-profit con 3.8 Mdi $.

Gli investimenti sono abbastanza concentrati, il 40,1% delle spese universitarie è collocato nelle 30 principali istituzioni, circa il 3% dei soggetti finanziati.

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Pubblicato il 10/10/2012, 17:16
Etichette: Brevetti, Usa, discussioni
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Inviato da Antonio Santangelo

E' il titolo di un lungo interessante articolo del New York Times che parafrasa quello di un libro di antropologia: Il crisantemo e la spada

Il numero delle domande di brevetto presentate ogni anno all'ufficio americano preposto è aumentato del 50% negli ultimi 10 anni; l'anno scorso erano 540.000. Dal 2000 Google ha brevettato 2700 idee, Apple 4100, Microsoft 21000.

Nel suo articolo il New York Times segnala la guerra dei brevetti che si sta scatenando negli Usa, soprattutto in ambito software. E l'esempio più citato è quello di Apple, che pare a partire dal 2006, in concomitanza con l'uscita dell'iPhone e su ispirazione diretta di Steve Jobs, ha cominciato a brevettare "tutto". Ma non è l'unica.

 

Nel mondo hi-tech Usa si è aperta una sorta di guerra tutti contro tutti. Ora cominciano a nascere le preoccupazioni, cioè si teme che le tensioni sfocino in un rallentamento, se non un blocco, dell'innovazione. Il NYT cita l'esempio della Vlingo, leader nel riconoscimento vocale, che è stata prima aggredìta in tribunale da Nuance - sua concorrente che l'aveva citata in giudizio e poi perso-, per poi essere acquistata dalla medesima Nuance una volta dissanguata da una causa costata 3 Mni $.

 

Contro il sistema di IP defence, tutela brevettuale creata dal presidente Thomas Jefferson, sta crescendo una insofferenza sempre più decisa. Si è passati dall'appassionata campagna di Richard Stallman difesa del software open source alle argomentazioni accademiche di Michele Bordin e David Levine in "Abolire la proprietà intellettuale". L'idea è stata anche ripresa dalla Federal Reserve Bank di St. Louis, dicendo che i brevetti fanno più male che bene. 

Il giudice Richard Posner ha definito il sistema Usa "una gran confusione" e ha proposto la riduzione del periodo attuale di tutela dell'IP nelle tecnologie digitali (20 anni: "dopo 5 anni questi brevetti sono trappole per allocchi".

 

Vi sono poi proposte più mediate, come quella dell'Università di Berkeley, che propongono una sorta di accordo collettivo in difesa da aggressori litigiosi. Sì, perché anche questo è diventato un mestiere: vi sono aziende che brevettano idee fumose e poi lucrano sulla litigiosità in tribunale. Il sistema di brevettazione Usa è messo in discussione per il suo limitato rigore.

In epoca di open innovation, di collaborazione e crowdsourcing, il sistema di brevettazione e difesa della Proprietà Intellettuale va riconsiderato a fondo.

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Pubblicato il 10/07/2012, 11:44
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Inviato da Antonio Santangelo

Il campanello d'allarme è forte e chiaro, e lo ha evocato Massimo Gaggi sul supplemento La lettura del Corriere della Sera:

"Oltre al modo di fare lezione, potrebbe cambiare anche il modo di insegnare, l’intera struttura temporale sulla quale è costruita l’università: sono in molti a sostenere che, col cambiamento continuo delle tecnologie e dei mestieri, non ha più senso concentrare tutti gli studi superiori in un quadriennio (o quinquennio) ad alta intensità. Meglio sparpagliare l’insegnamento negli anni, a mano amano che le esperienze e le professioni si evolvono. Già oggi a seguire i corsi di Udacity sono più professionisti a metà carriera che hanno bisogno di aggiornamento professionale che studenti alle prime armi

E ancora riportando il parere di Sebastian Thrun: "I problemi da risolvere sono ancora tanti — mette le mani avanti Thrun — ma è chiaro che le lauree spariranno e con esse l’idea di un periodo fisso di studio dopo il liceo che ti prepara per il resto della tua carriera. Le carriere, ormai, cambiano in continuazione: quel modello non funziona più".

Ma di cosa sta parlando? Gaggi racconta le recenti e meno recenti iniziative Usa sull'e-learning. Tormentone che ha sollecitato la fantasia dei fornitori ICT alla fine degli anni '90, con le università, siche quelle italiane, a precipitarsi nell'acquisto di piattaforme di gestione di corsi. A parte il caso del Politecnico di Milano, che è stato uno dei pionieri con una laurea online in Elettronica, l'e-learning ha molto spento la sua enfasi nel corso degli anni successivi. Troppi i problemi legati al riconoscimento dei titoli, pesanti le procedure di gestione, difficoltosa la resa di contenuti fruibili. Sino ad ora, sino a  pochi anni fa.

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Pubblicato il 15/06/2011, 11:50
Etichette: PTP, biotec, usa
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Inviato da Antonio Santangelo

Il 17 giugno, venerdì, una delegazione Usa di venture capitalist e aziende biotech sarà presente a un convegno presso il PArco Tecnologico Padano di Lodi. Sarà l'ultima tappa di un tour che ha toccato il 13 giugno Siena e il 15 giugno Trieste. Il tour ha l'obiettivo di ricercare forme di collaborazione scientifica e nuove opportunità di investimento in Italia nel settore Biotecnologie. Secondo i dati del report ASSOBIOTEC (Ernst&Young) 2011 il biotech italiano è infatti un settore industriale con trend crescenti e forti peculiarità nel settore della Ricerca.

Il PTP di Lodi "intende valorizzare le conoscenze e competenze sviluppate all'interno del Polo scientifico sul mercato americano, anche attraverso la presentazione agli investitori stranieri di alcune delle Start up incubate presso i Parchi Scientifici che parteciperanno all'evento".

Venerdì saranno presenti esponenti di Bioindustry Park Silvano Fumero (Piemonte), Sardegna Ricerche (Sardegna), Fondazione Filarete (Lombardia) , Kilometro Rosso (Lombardia) e Fondazione MACH (Trentino Alto - Adige).

L'iniziativa è promossa dal Ministero dello Sviluppo Economico nell'ambito del Programma di Promozione Straordinaria del Made in Italy negli Stati Uniti.

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Pubblicato il 02/09/2009, 15:47
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Inviato da Antonio Santangelo
Immagine_1Sul blog della McKinsey c'è una bella discussione tra due economisti, Iqbal Z. Quadir e Robert Atkinson sul futuro dell'innovazione e sulla sua collocazione geografica.

Entrambi gli interlocutori sono pessimisti sulla capacità degli Usa di mantenere la leadership tecnologica e, anzi, uno studio (vedi immagine) dell'ITIF evidenzia che hanno già perso quella dell'innovazione. Atkinson attribuisce questo fatto alla mancanza di politiche statali che stimolino la stessa. Mentre Quadir individua una serie di ragioni per cui l'innovazione è oggi più favorita nei paesi di nuova industrializzazione.
Lo studio che evidenzia la fine "della spinta propulsiva" dell'Impero Americano - per usare un'immagine evocativa di qualche decennio fa - è The Atlantic Century, condotto da ITIF confrontando 40 Paesi sulla base di 16 indicatori per definire la competitività generata dall'innovazione. Gli Usa finiscono al 6° posto in classifica assoluta, ma quello che è grave è che sono invece ultimi in termini di tasso di cambiamento.

Due dati per tutti: gli Usa risultano al 30° posto per rapporto tra R&D e PIL, la Cina è quarta e la Corea del Sud 7a. Ancora, se si conta la percentuale di ricercatori sul totale dei lavoratori, gli Usa sono 20esimi, la Cina è prima, la Corea 4a, Singapore al 5° posto e l'India al 10°. E la situazione, secondo Atkinson, non è destinata a cambiare, semmai a peggiorare. Questo, sinché gli Usa non abbandoneranno un atteggiamneto neoclassico di laissez-faire sl mercato, e non definiranno politiche federali di incentivo all'inovazione, come avviene in Asia e in Europa.
Iqbal Quadir, dal canto suo, individua cinque ragioni avvantaggiano l'Asia nella corsa all'innovazione rispetto agli Usa, ma anche all'Europa:
  • l'innovazione deriva più velocemente da tecnologie esistenti più che da brevetti o ricerca di base
  • paradossalmente, il basso reddito medio di cui godono gli asiatici, spinge i produttori locali a cercare nuovi prodotti, approcci innovativi, forme originali di organizzazione e partecipazione degli addetti
  • i produttori asiatici puntano a mercati di massa a basso reddito, quindi ricercano prodotti che consentono risparmi consistenti sia per i materiali usati che per l'energia necessaria a produrli
  • il ritardo nell'industrializzazione spinge all'utilizzo di nuove tecnologie, creando meno vincoli con il passato
  • molti di questi Paesi vivono un assetto non democratico o scarsamente democratico, ma molte situazioni stanno mutando rapidamente, liberando energie e accelerando il cambiamento.
Tutte assieme, rileva Quadir, queste spinte fanno massa critica e accelerno i processi di mutamento. Per tale motivo, è la sua tesi, l'Asia sembra candidata alla leadership dell'innovazione nel 21° secolo.

L'Europa, se può godere di un approccio all'innovazione in cui i governi e la UE sono presenti, è penalizzata da tutte le altre circostanze, e quindi rischia quanto gli Usa.