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Pubblicato il 12/04/2012, 10:32
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Inviato da Antonio Santangelo

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Si è svolto ieri a Roma il meeting promosso da Confindustria Digitale per sottolieanre il ruolo che il settore può avere per dare impulso al Paese. Stefano Parisi ha illustrato i benefici che avrebbe l'economia da tale impulso: Il completo switch-off verso il digitale della Pa – ha spiegato Parisi - può contribuire all'azione di spending review, riducendo la spesa pubblica annuale in modo strutturale e recuperando risorse per oltre 56 miliardi. La maggior disponibilità di servizi pubblici e privati on line consentirebbe un risparmio di circa 2mila euro l'anno a famiglia
Ministri e imprenditori hanno detto la loro, come riporta ilsole24ore
C'è voluta Neelie Kroes (qui il suo intervento) a ricordarci i pesanti ritardi del Paese, soprattutto sul piano della cultura digitale diffusa: il 41% degli italiani non si è mai connesso a Internet, e giustamente Conti si chiede come mai potranno accedere ai servizi futuri.
Peraltro, un post di Francesco Sacco e Stefano Quintarelli ci ricorda che la stessa UE ha mancato più volte l'appuntamento con il digitale e che Quel che manca all’Unione Europea è una propria visione di Internet. Nella definizione delle politiche pesano ancora troppo le telecomunicazioni e poco Internet.

Insomma, ci sono pesanti ritardi che vanno colmati velocemente. L'assenza di qualsiasi accenno al meeting sul principale quotidiano di informazione del Paese, il Corriere, va rapidamente superato, se vogliamo che aziende e singoli colgano l'importanza di superare il digital divide, per la loro stessa sussistenza. Ieri il messaggio era quello di una élite che ha capito che l'utilizzo delle tecnologie può accelerare l'uscita dalla crisi e la modernizzazione di un Paese rimasto con la testa nel secolo scorso, legato alla Tv più che ai nuovi media. 

La nomina della Kroes, vicepresidente della Commissione, a presidiare il tema dell'Agenda Digitale è un segnale che anche l'Europa intende cambiare passo e perseguire conn più convinzione gli obiettivi mancati con Lisbona.

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Pubblicato il 26/03/2012, 12:29
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Inviato da Antonio Santangelo

europa2020Edoardo Segantini, sull'inserto economico del Corriere, intervista il Commissario per l'agenda digitale, Nelie Kroes, che sul nostro Paese, dopo avere riconosciuto i meriti del governo, dà un giudizio severo. L'Italia è indietro nell'utilizzo di Internet e la banda larga, in particolare lo sono le pmi nei settori economici chiave, tra cui design e turismo, due eccellenze nostrane.

Per rimediare Kroes suggerisce di utilizzare i fondi strutturali dell'Unione Europea, proprio quelli che restano largamente inutilizzzati al Sud (e vengo persi) e poco utilizzati al Nord su queste partite. Alla richiesta del giornalista: In quali campi si può fare meglio?  la commissaria risponde «Nell`egovernment. Malgrado i miglioramenti realizzati negli ultimi anni sia nella disponibilità che nella qualità, l`uso dei servizi pubblici online da parte degli italiani rimane il più basso nell`Europa a 27 (22% contro una media del 41%), Questo probabilmente è legato al fatto che l`Italia è agli ultimi posti nell`uso di Internet: l`anno scorso solo il 57% degli italiani ha usato il web contro il 71% dei cittadini europei».



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Pubblicato il 05/01/2011, 16:50
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Inviato da Antonio Santangelo
Su lavoce.info Annalisa Croce e Samuele Murtinu avvalorano con i risultati di un loro studio quanto è ormai divenuto senso comune: il venture capital ha un impatto molto positivo sulle imprese che finanzia, soprattutto quelle ad alta tecnologia. Ciò è dovuto al fattoi che, oltre a fornire capitali freschi, supportano le aziende con servizi ad alto valore aggiunto (contatti, management). L'apporto può essere quantificato in circa +18% di produttività, che diventa il 20 in Italia (lo studio si estende a Belgio, Francia, Finlandia, Spagna e UK).

Per questo risulta ancora più grave il sottodimensionamento di questa pratica nel nostro Paese. In un recente post, Giancarlo Dettori, giovane venture capitalist, denuncia il ritardo culturale della finanza italiana:
Ho la fortuna e privilegio di partecipare ad un master internazionale in venture capital che si tiene a Stanford, il Kauffman Fellow Program. In 14 anni sono il primo venture capital residente in Italia che partecipa. I miei compagni di corso sono venture capitalist americani e sul fronte internazionale fondatori di nuovi fondi di venture capital: colleghi provenienti da Messico, Colombia, Vietnam, Brasile e Palestina. Segno tangibile, se ancora ve ne fosse bisogno, del ritardo culturale della nostra nazione sul fronte dell’innovazione.....

Incubare nuovi business innovativi ad alta crescita, sembra essere estraneo al nostro paradigma culturale e al tessuto economico prevalente. L’Italia è permeata da un importante tessuto di aziende di famiglia, in cui il ricambio generazionale però non assicura la selezione meritocratica. Nel mondo sono gli stessi fondi pensione oltre alle banche ad investire parte dei propri asset in venture capital. E lo fanno non solo perché finanziariamente sensato, ma anche perché enti istituzionalmente interessati a ritorni su un orizzonte temporale generazionale. Ma anche perché investire sulle future generazioni è l’unico modo di assicurare una vera pensione a quelle attuali. In Italia questi attori istituzionali sono assenti.